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mercoledì 2 marzo 2016

Di diritti, unioni e fiori d'arancio



Mi sono sposata una mattina di maggio, il mese delle spose lo chiamano, ma in realtà era la prima data disponibile per il locale in cui abbiamo organizzato il pranzo e la festa.
Mi sono sposata per tante ragioni che non vi dirò (perché sono fatti miei, anzi nostri).
Ma mi sono sposata anche perché desideravo che quello che per noi era già un fatto privato diventasse "pubblico", ossia riconosciuto dalle istituzioni.
Che il mio compagno fosse accettato come tale anche dalla legge e quindi da chi non ci conosce, da un medico di ospedale, da un impiegato del comune o da chiunque in un modo o nell'altro potesse esercitare un potere sulle nostre vite.

giovedì 4 luglio 2013

Gentile Presidente del Consiglio e noi che fine facciamo?


Gentile Presidente del Consiglio è da quando ha parlato di politiche del lavoro che mi chiedo: e noi, che di anni ne abbiamo 34, che fine facciamo?
Perché quando si parla di lavoro si parla sempre di giovani, quelli compresi tra i 18 e i 30 anni.
E lo capisco e lo condivido, ma noi?
Quelli compresi tra i 30 e 40 anni, quelli che il lavoro non ce l'hanno mai avuto, oppure è precario o peggio lo stanno perdendo, sono in cassa integrazione o sanno che non verranno riconfermati.
La nostra è  una generazione che tutti fanno finta di non vedere: la politica, i sindacati, i giornali, perfino le statistiche.
Noi  che ci siamo diplomati e il lavoro non c'era già, ma tutti ci dicevano che se avessimo studiato, se ci fossimo presi una laurea, beh un'occupazione in qualche modo l'avremmo trovata.
Eccoci, siamo noi quelli che si sono iscritti in massa all'università pensando servisse ancora a qualcosa, noi che abbiamo affollato le aule, pagato le tasse, subito un paio di riforme e scoperto in corsa che quel titolo era poco più che carta straccia.
Noi che, ancora ottimisti ed illusi, abbiamo inaugurato la grande stagione della formazione post-laurea.
Perché a un certo punto ci hanno detto la fatidica frase: "senza un master non vai da nessuna parte".
E ci abbiamo creduto trasformandoci prima nel grande esercito dei masterizzandi e poi in quello degli stagisti.
Eh si, questa parola per lungo tempo sconosciuta è entrata nel vocabolario di un intero paese proprio quando la nostra generazione di sfortunati ha invaso aziende, cooperative, uffici pubblici e tanti altri posti molto più strani di questi.
Forse ai primi è andata meglio, il sistema con loro ha funzionato, si sono specializzati, sono entrati in una azienda che aveva bisogno di loro, che li ha formati e li ha tenuti.
Ma questo sistema meraviglioso è durato poco, giusto il tempo necessario al moltiplicarsi dei corsi, al trasformare quella bella idea "organizzo un master e formo il personale che mi serve" nel grande business della formazione.

martedì 26 febbraio 2013

Elezioni, "grilli" per la testa e dei consolatori cheesecake salati

Foto di Nicola Demurtas

Eccoci reduci dalla lunga maratona elettorale.
Qualcuno sarà soddisfatto, qualcuno depresso, qualcuno incredulo.
Personalmente non sono sorpresa, anzi è andata proprio come mi aspettavo.
E questo non mi rende poi così felice, visto che le elezioni ci hanno riconsegnato un paese ingovernabile.
Mi dispiace per la sinistra italiana, l'unica vera sconfitta di questa tornata elettorale, benché formalmente abbia vinto per qualche manciata di voti.
Ancora una volta non ha saputo raggiungere la gente, parlarle, starle affianco.
Non sono dei grandi comunicatori, su questo non c'è dubbio, ma credo che non sia l'unico problema.
Per poter fare una campagna di comunicazione efficace bisogna avere qualcosa da dire.
Un'idea forte, un progetto chiaro, un programma nuovo.
E la coalizione di centro-sinistra non lo aveva o per lo meno non era diverso dai programmi che lo avevano preceduto e che avevano già ripetutamente fallito.
Nessuna persona nuova, solo volti noti, solo apparato di partito. Pochi hanno rinunciato all'ennesima candidatura, tanti hanno continuato a ritenersi, chissà perché poi, indispensabili.
Con quel fare un po' presuntuoso, del "ora ti spiego io cosa è meglio per te perché tu non lo capisci", hanno snobbato quel sentimento di indignazione popolare che nel paese c'è e si consolida ogni giorno.
Si sono sentiti esenti da colpe e invece non lo erano, non per la gente almeno.

giovedì 7 febbraio 2013

Politica e cheesecake brownies

Foto di Nicola Demurtas

Vi starete chiedendo: "che c'entra la politica con qualcosa che dovrebbe assomigliare ad una torta"?".
Ecco, sappiate che c'entra, almeno per me.
E' periodo di elezioni infatti e a nessuno di voi può essere sfuggito visto che nell'arco di un mese ci hanno promesso qualunque cosa, dalla restituzione delle tasse già pagate al "lavoro per tutti", passando per la diminuzione della pressione fiscale fino al reddito garantito per i disoccupati.
Considerato che è bastato portare Balotelli al Milan per far guadagnare qualche punto al Pdl, immagino che ci sia chi a queste promesse continua a crederci.
Io, nel mio piccolo, soffro di non sentire ardere dentro di me nessun "fuoco sacro" della politica e di non credere fondamentalmente alle parole e alle capacità di nessuno.
Vorrei per una volta andare a votare con convinzione, con l'entusiasmo di chi pensa che davvero quelle sono le persone giuste per salvare il paese.
Perché io da quando ho compiuto 18 anni ho sempre e solo votato il "meno peggio" e, considerato che io i 18 li ho fatti nel lontano (ahimè) 1997, capite bene che Berlusconi c'era già. Casini e Fini pure, per non parlare dell'apparato che oggi guida il Pd e che allora si chiamava Ulivo.
Vi dico solo che le mie prime politiche sono arrivate nel 2001 e che potevo scegliere tra Berlusconi e Rutelli. 
Ora vi chiedo: non vi faccio un po' pena?
Ed infatti non mi mossi dall'afosa Siviglia e non persi neanche un minuto della mia divertentissima "beca erasmus" per adempiere al mio dovere di cittadina.
Finì che vinse Berlusconi e che pochi mesi dopo il nostro paese, con la gestione dell'affare "G8", dovette assistere a uno dei momenti più bui e vergognosi della sua storia democratica.
Questo fu l'esordio della mia vita da votante.
Da quelle elezioni ad oggi la storia la conoscete tutti e direi che non è affatto edificante per la classe politica italiana, c'è stato il peggio e il meno peggio, ma nessuno ha saputo governarci come avrebbe dovuto, nessuno è esente dalla responsabilità del baratro nel quale ci hanno fatti sprofondare.
Forse è per questo che credo che l'Italia sia un paese senza speranza.
Forse è per questo che non riesco ad entusiasmarmi per nessuno.
E non mi piace dirlo, credetemi, perché l'anti-politica non ha mai fatto bene alla democrazia.
Voterò come sempre quello che per me è "il meno peggio" che, qualora a qualcuno interessi, non corrisponde alla persona di Beppe Grillo, anti-politico per eccellenza, nel quale molti ripongono le loro speranze.

mercoledì 14 novembre 2012

Sciopero Europeo

Fonte: Corriere.it

Mi accingevo a pubblicare un "post con ricetta", ma come si fa a fare finta di niente?
Oggi l'Europa, quella mediterranea, quella povera, quella in crisi, è in mobilitazione generale.
Oggi, come sempre accade, la protesta si è trasformata in scontro, manganellate, lacrimogeni, bombe carta, cassonetti incendiati e conta dei feriti.
Io non ci sono mai stata dentro a un corteo come quello di oggi a Roma, a Milano o a Madrid, ma immagino sempre che ci sia chi cerca di mantenere l'ordine e la calma, chi vuole rispettare regole e confini, chi si fa prendere dal delirio della massa, chi ha pianificato il disordine, chi è stato infiltrato per generarlo.
Non ci sono mai stata, ma so che questo tipo di scontri è utile solo ai potenti, per distogliere l'attenzione, per definirci tutti "facinorosi", per fomentare l'indignazione di chi vede distrutti palazzi e città, per fare in modo insomma che nessuno si interroghi per davvero su ciò che sta succedendo, sulle ragioni della protesta, sulle responsabilità della crisi, sul futuro che questo mondo sembra non poter più avere.

sabato 14 luglio 2012

La repubblica delle banane


Mi ero ripromessa di non farlo, mi ero detta che il mondo non ne aveva bisogno, che l'oblio alle volte è più forte di mille parole. Che quelle parole sono state già dette, tutte.
E invece, ci sono cascata. Il problema è che non riesco a trattenere il mio sdegno.
Ma proverò almeno ad essere distaccata, proverò a lasciare da parte tutto quello che, da Ruby alle barzellette, passando per la Minetti, i suoi fan considerano solo "contorno", "scelte personali", piccoli vizi di un grande uomo.
Posso dire che un presidente del consiglio di 78 anni non lo voglio, qualunque sia il colore politico.
Perché di tutti questi anziani che hanno distrutto 3 generazioni del nostro paese ne ho le tasche piene.
Posso dire che uno che ha già fatto il Presidente del Consiglio tutte queste volte, a prescindere dall'aver fatto bene o male, dovrebbe avere l'umiltà di mettersi da parte, perché è evidente che quello che poteva dare l'ha già dato (purtroppo, aggiungo).
Posso dire, infine, che se sei il Presidente del Consiglio e deve intervenire il Presidente della Repubblica (un altro vecchietto) per buttarti fuori perché la tua credibilità con il resto del mondo è ormai inesistente e stai trascinando il paese in un baratro senza ritorno, anche solo per pudore dovresti ritirarti a vita privata.
Detto tutto questo, lui, il suo maschilismo, il suo rincoglionimento da vecchio porco, la sua idea del mondo, i suoi traffici, le sue battute becere, la sua infinita vanità, la sua arroganza, il suo sorriso di plastica, ecco mi fanno schifo. E mi fanno schifo anche tutti coloro che lo circondano e che, pur di garantirsi una fetta di potere e le tasche piene, assecondano questo spettacolo ignobile. E naturalmente mi fa schifo questo paese in cui, nonostante tutto quello che è successo, è lecito temere che possa rivincere.
Lo so, se uno come lui è ancora un rischio plausibile, è tutta colpa della sinistra, del PD e di una classe politica ridicola. Lo so. Ne sono consapevole. Ma ne parleremo un'altra volta.
Quando infrangerò di nuovo la promessa di non parlar di politica.